Giuro ad un certo punto m'aspettavo uscisse nei negozi il peluche di Robert Smith.
Cicciopuffoloso e adattissimo alle teenagers pre-emo.
C'e stata sicuramente una deriva, o almeno qualcosa che ha portato la band a ridursi da perfetta interprete delle pulsioni oscure e depresse, senza orizzonte nè speranza ad una macchietta ben congegnata ad uso di un pubblico indiscutibilmente meno maturo ma più remunerativo.
Operazione condotta con un certo grado di furbizia, anche perchè il signor Smith avrà tanti difetti ma non manca certo di talento.
Certo è che una volta raggiunto l'apice il percorso dei Cure ha preso un andazzo piuttosto preoccupante.
I primi sintomi? "The lovecats" e volendo essere capziosi "The walk", due singoli che sicuramente hanno messo nelle tasche di Robertino parecchi più pound di quanti ne abbia portati quel bellissimo lavoro che porta il nome di "Pornography", il loro apice perlappunto.
E pensare che l'inizio sembrava promettere tutto all'infuori di un viaggio nei meandri oscuri del dolore post-adolescenziale rappresentato ed eseguito con una incredibile capacità di scandagliarne ogni sfumatura, ogni sfumatura del nero intendo.
Perché "Three imaginary boys" era un disco scarno, veloce, in linea con quanto l'Inghilterra stava proponendo appena subito dopo il ciclone punk.
A dire la verità io avevo acquistato "Boys don't cry", che sembrava più una raccolta allargata e comprendente alcuni dei migliori singoli del primo periodo del gruppo, cioè la title-track, "Jumping someone else's train" e la splendida "Killing an arab" che non era un possibile inno degli ultrà occidentalisti pre-11 settembre (che era lontanuccio anzichenò dato che il pezzo è del '79) bensì una libera trasposizione dell'inizio de "Lo straniero" di Albert Camus.
Anche se in assoluto il brano che più mi colpì era - come lo chiamavamo - "triptriptriptrip" (che in realtà nel testo dice "dripdripdripdrip"
Sta di fatto che si possegga "Three imaginary boys" o "Boys don't cry" si può star sicuri di avere in casa un gran bel disco.
Più tardi scoprii che in "Three imaginary boys" c'erano tracce che meritavano di per sè l'acquisto: la psicotica versione di "Foxy lady" e la sgangherata "Meat Hook", ad esempio, e quindi mi trovai costretto ad acquistare anche quello. Poco male.
Non so cosa si aspettassero i fans dei Cure alla seconda prova, ma sicuramente "Seventeen seconds" è tutta un'altra cosa. Altrettanto bella, ben scritta, ben suonata e ben prodotta ma tutta un'altra cosa.
A partire da "Play for today", introdotta da un breve e cupo intro di piano; un brano che sarà, assieme a "A forest" il più apprezzato ed amato dai fans.
Adolescenti e post-adolescenti che inglobano lo smarrimento e la caduta libera dei sogni e delle idee che caratterizza l'inizio degli anni '80.
"No future" preconizzavano i Sex Pistols, ed era tutto vero. Tutto maledettamente vero.
E non tutti erano in grado di reggere il colpo.
L'album non è così cupo ed opprimente, è solo un segnale di quello che verrà.
Si ascolta nella sua apparente indolenza quasi con un filo di piacere, ma ha un fondo di malinconia implosiva che per il futuro non fa presagire nulla di buono, almeno per quanto riguarda la psiche del leader, la cui voce quasi adolescente e spezzata conquista un discreto numero di fans.
E poi è la volta di "Faith".
E si comincia a scorgere l'abisso.
"Faith" è un disco difficile, forse il più difficile dei Cure. Il fondo malinconico di "Seventeen seconds" comincia ad acquistare i crismi della disperazione, come se Robert Smith cerchi una via d'uscita senza avere idea da quale parte dirigersi. I testi si fanno sempre più nichilistici, straniati, lontani e senza speranza.
"Primary" è forse il brano più luminoso del disco ed è scelto come singolo trainante.
Va da sè che non fu il loro maggior successo, ma "Faith" accresce la popolarità del gruppo grazie alla capacità della scrittura di Smith di catturare gli stati d'animo di certo pubblico proveniente dalla sbornia punk e che aveva già metabolizzato la disillusione creata dall'impossibilità di rovesciare quei meccanismi già abbondantemente in moto del vuoto pneumatico che gli anni '80 stavano per instillare su una larghissima parte di giovani.
Ma i picchi del disco, a mio parere sono altri, a partire da "Doubt", forse il brano più rappresentativo del disco e del periodo.
Incalzante, evocativo e - semplicemente - bellissimo.
E poi "The drowning man", la separazione narrata, sembra, da un qualsiasi aldilà; e "All the cats are grey"
e "The holy hour" ma rischio di sminuire gli altri pezzi del disco. Una produzione minimale ed efficace, pefettamente in linea col clima del tempo, in cui il dark/gothic o chiamatelo come volete iniziava ad affermarsi su ampia scala grazie anche al clima di cupo sopore che la fine degli anni '70 avevano lasciato.
Ci penseranno Reagan e la Thatcher a ridare la sveglia, ma non è ancora il momento.
In "Faith" i Cure sembrano aver dato il meglio. Non è così.
C'è intanto una traccia che rimane fuori dall'album, è forse il brano più bello ma effettivamente ha poco a che fare con l'atmosfera di "Faith" e quindi viene pubblicato su singolo.
Si chiama "Charlotte sometimes" e merita l'inclusione in questa carrellata: personalmente resta il mio brano preferito dei Cure
Insomma, sembra che i Cure abbiano dato il meglio. E non è così.
Cioè, dirlo ora sembra scontato; ma quando "Pornography" uscì non ricevette di certo una buona accoglienza.
E' destino di molti capolavori quello di esser stati sculacciati dalla critica alla loro uscita per esser poi rivalutati e quindi assurti al rango di capolavori anni dopo.
Tanto per rimarcare la funzione falsamente centralista della critica musicale la quale, a mio modestissimo parere, ha ricevuto un colpo quasi mortale dall'avvento della Rete perché è stato allora che sono usciti allo scoperto dei veri intenditori e degli ottimi critici musicali, sicuramente al di sopra di ogni condizionamento (già). Non mi ritengo fra questi, naturalmente essendo semplicemente un appassionato che preferisce seguire altri appassionati (i vari Brazzz, Allelimo & c., Harmonica, Lucien e via dicendo che se non altro garantiscono un'ottica sincera e disinteressata, a volte senza neanche spendere una parola in più del necessario); ma non divaghiamo.
"Pornography" esce in un periodo pessimo per la band.
Alcool e droghe in eccesso, Robert Smith in piena crisi esistenziale che trascina tutto il resto della band in un'atmosfera cupa e nichilista, la stessa band che si regge su equilibri assai precari.
L'album si apre con la strofa "It doesn't matter if we all die" ("Non importa se moriamo tutti"), come dire, se il buongiorno si vede dal mattino. E in effetti "Pornography" è un disco che non ha mattino. E' una lunga, interminabile opprimente buia nottata senza luna.
L'atmosfera del disco è omogenea ed uniforme, come i precedenti e difficilmente si può trovare un disco più rappresentativo nel panorama gothic/dark, molto più delle eccessive pulsioni suicide dei Christian Death, molto più dei ricami elettrodanzerecci dei Sisters of mercy o dei tribalismi ancora intrisi di punk di Siouxsie & the banshees (che comunque restano anch'essi un grandissimo gruppo).
"Pornography" è l'icona incontrastata di quel genere.
Anche qui inutile citare un brano piuttosto che un altro quindi ne ho scelti due dettati esclusivamente dalle reminescenze personali:
Beh, la title-track fa rabbrividire. O almeno, non è il genere di brano che si ascolta a Formentera sdraiati su una chassis longue (cislonga qui da noi, sdraia nel resto d'Italia) con un White russian in mano.
Ecco, per quanto mi riguarda i Cure non finiscono qui ma poco ci manca.
Non che non abbiano fatto altre cose di valore, ma a livello di albums non solo non hanno più superato il picco di "Pornography" ma hanno virato verso un approccio più manieristico se non decisamente commerciale.
Esemplificativi in questo senso la sfilza di singoli usciti dopo "Pornography" con tanto di cambio di formazione e strizzate d'occhio a ritmi più adatti ai dancefloor che alle anguste e buie camere da letto.
"Lovecats", "Let's go to bed", "The walk", possono avere come giustificazione quella di aver salvato Robert Smith dal suicidio. Mettiamola così.
"The top" non è un brutto disco, anzi.
L'atmosfera è più rilassata anche se il brano che apre il disco ("Shake dog shake") lascerebbe presagire una continuità non dico col disco precedente ma almeno con la ormai conosciutissima anima nera del gruppo.
E invece a parte la furibonda "Give me it" e la straniata e catartica title track il disco scorre senza particolari sussulti e con un singolo ("The caterpillar") da far sentire tranquillamente in una classe d'asilo. Non scherzo.
Meglio allora "The head on the door" nonostante i perniciosissimi singoli ("In between days" e "Close to me") che chiaramente riempiranno le tasche della band per molti anni a venire ma sono ben lungi dall'essere le loro migliori cose. I due pezzi conclusivi, la scarna "Screw" e la evocativa "Sinking" sono ancora degne dei vecchi Cure, inoltre azzeccano una bellissima canzone senza provocare rigurgiti anoressici nell'ascoltatore e questo per i Cure è un pò una novità - eddai, un pò d'ironia.
Siamo agli ultimi due lavori degli anni '80.
"Kiss me, kiss me, kiss me" è un doppio abbastanza controverso.
A me non piacque molto, anche se contiene quel gioiello che è "Just like heaven" della quale però preferisco la versione dei Dinosaur Jr. con la voce di J Mascis che sembra, come del resto in tutti i pezzi nei quali canta, sia stato scaraventato giù dal letto in piena fase REM e piazzato davanti al microfono senza neanche aver avuto il tempo di prendere il caffè.
Concluderei gli anni '80 dei Cure con quello che fortunatamente per loro è stato l'album che ha ridato al gruppo ottime vendite e una più che discreta qualità.
"Disintegration" è sicuramente al di sopra dei lavori post-"Pornography" ma a mio avviso è rimasto l'ultimo loro disco interamente degno dei Cure che tutta una generazione se non proprio ama perlomeno rispetta.
Chiaramente gli abissi di "Faith" e "Pornography" sono lontani. I Cure ora sono altro. Un gruppo di successo la cui casa discografica ha paura addirittura di pubblicare il disco.
Sarà sculacciata dalle charts che decreterà per "Disintegration" la più alta manifestazione di consenso per il gruppo di Robert Smith.
Del quale fortunatamente non hanno messo in commercio il peluche.
Anche se secondo me un pensierino ce l'hanno fatto.
mm,sinceramente penso che i primi 2 album dei cure siano 2 capolavori assolutio..diversi ma entrambi fondamentli..di faith salverei primary e doubt.poi sinceramente han smesso di interessarmi..la deriva dark mi lasciava del tutto indifferente,e negli ultimi,quanti,20 anni?,cicio e compagnia sono diventati una penosa caricatura di se stessi..a parer mio,ma forse esagero..in effetti che avesse ragione alle quando scriveva che fino a un certo punto i cure son stati la band di ciccio smith,poi son diventai una cover band din un gruppo che si chiamava cure,copiandone pure il nome... un pecato,visti gli esordi...
Negli anni ottanta non c'ero, per me i Cure sono stati una scoperta degli anni novanta, li ho conosciuti con le loro canzoni più famose "Just like heaven", "It's friday I'm in love","In between days",per poi andare a recuperare i lavori degli anni ottanta.Beh che dire, fino a Disintegration non c'è un disco che non mi piaccia, poi è cominciato il lento declino, anche se, in Wish c'è ancora qualcosa di buono a parer mio.
Non sono mai stati nelle mie corde, a dirla tutta, anche se ritengo Pornography un signor album. Per dire, Joy Division e New Order li ritengo una spanna sopra ai Cure.
per inciso, direi che sei ben più che 2un semplice appassionato" e ne stai dando ampiamente prova con questi post uno meglio dell'altro..aspertto se possibile..talking heads, gang of four, pere ubu e il grande mark stewart... e grazie x avermi citato..ciao... e grazie ancora..
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e grazie ancora..
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